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Analisi dei cannabinoidi

L'analisi dei cannabinoidi acquisisce sempre più importanza. Farmacie e aziende agricole necessitano di un controllo qualità continuo sul proprio operato, per motivi e scopi differenti. Così cresce il bisogno di metodi analitici economici, dinamici e di facile utilizzo-interpretazione.

Piccole variazioni, grandi differenze

Le diverse concentrazioni di THC indicate dalle normative nazionali e internazionali per classificare cannabis di grado farmaceutico e di tipo industriale (drug type, fiber type) costituiscono un argomento a parte, degno di un approfondimento specificamente dedicato. Per ora è sufficiente sapere che le diverse normative fanno distinzione, nell’erogare contributi, sdoganare prodotti, o emettere sanzioni, su variazioni anche dello 0,1% ossia 1 mg di THC su 1 g di materia vegetale. Quando poi si parla di alimenti ottenuti dalla lavorazione dei semi della cannabis, le concentrazioni limite si fanno notevolmente più piccole, fino alle ppm (parti per milione)

Cannabinoidi | Cosa sono?

L'importanza della Campionatura

Con queste premesse risulterà chiaro che la filiera della cannabis necessita di metodologie analitiche precise e affidabili, spesso e volentieri però anche veloci ed economiche. Questo perché i campioni da prendere in esame sono necessariamente molti, considerata la variabilità nella concentrazione delle molecole “incriminate”. La campionatura infatti è una fase molto importante dell’analisi stessa e richiede perizia e precisione. Il campione deve essere rappresentativo della popolazione indagata e il modo migliore di arrivare a questo obiettivo è aumentare il numero dei campioni stessi. Numerosi testi e normative forniscono indicazioni sul numero minimo di campioni per superfici esaminate, ma bisogna comunque considerare le variazioni nel terreno stesso, nell’esposizione alla luce, al vento, all’apporto idrico e nutritivo.

Analisi: meglio farne sempre una in più

È evidente come non sia necessario disporre dell’analisi più accurata, quanto del maggior numero possibile di analisi. Nella gestione di un coltivo, per fare un esempio, il controllo qualità dovrebbe essere minuzioso, costante e attendibile. Uno degli errori che viene commesso più spesso dai produttori è proprio quello di limitarsi all’analisi di pochi campioni, poco rappresentativi della popolazione. Che siano piante in un campo o lotti di prodotti già raccolti, spesso è necessaria una grande quantità di analisi per avere una media attendibile del contenuto di THC, CBD, etc nella biomassa.

Strumenti analitici

I macchinari e le metodiche per effettuare un’analisi dei cannabinoidi sono molteplici e vanno dai più complessi, costosi (in termini di solventi, lavoro e tempo) e precisi, a quelli più veloci, sempre affidabili anche se meno sensibili e più economici. In generale comunque avremo sempre una macchina dedicata alla “separazione” del campione, ossia al processo di cromatografia, e un detector: rilevatori che sfruttano tecnologie differenti per quantificare, in parole povere, quanto emerso durante la cromatografia.

La Cromatografia

La cromatografia è essenzialmente un processo fisico di separazione che si basa sull’interazione tra una sostanza (fase) mobile FM e una fase stazionaria FS. Il processo avviene attraverso una particolare colonna al cui interno si trova appunto la fase stazionaria in forma solida o liquida. In questa colonna scorrerà la fase mobile e il grado di affinità delle sue componenti con la FS farà sì che le diverse molecole “escano” dalla colonna con tempistiche diverse. Così le varie componenti saranno valutate singolarmente, una volta stabiliti i loro tempi di percorrenza della colonna attraverso particolari standard, ossia quelle stesse sostanze, ma in purezza.

Per intenderci, il nostro campione di cannabis, preventivamente estratto attraverso un solvente (che cambia in base allo strumento utilizzato e alla matrice analizzata), verrà iniettato nel cromatografo. A quel punto comincerà a percorrerne la colonna come un gruppo di scolari in gita percorre una strada piena di attrazioni. Qualcuno sarà molto interessato da ogni vetrina (grande affinità con la FS) e uscirà dalla strada dopo più tempo; qualcuno invece si soffermerà solo davanti ad alcune attrazioni, mentre altri percorreranno la strada senza mai fermarsi. Gli scolari sono la FM; vetrine, negozi e attrazioni sono la FS.

Cromatografia Gassosa e Liquida

La cromatografia può essere liquida o gassosa. Nel primo caso la fase mobile percorre la colonna in forma liquida, mentre nel secondo il campione viene riscaldato e percorre la colonna in forma gassosa. Questa differenza ha alcune implicazioni di particolare interesse nell’analisi dei cannabinoidi. Il passaggio a uno stato gassoso infatti, secondo alcune ricerche, influisce negativamente sulla possibilità di valutare in maniera corretta il rapporto tra cannabinoidi acidi e non nel campione.

Analisi e Normativa

Diverse normative poi riportano diversi metodi di analisi in base alla destinazione d’uso e alla tipologia del prodotto, ma in generale è importante ricordare che la 242/2016 parla di un’analisi in HPLC per il limite di THC delle piante in campo, mentre la normativa europea (Regolamento delegato (UE) 2017/1155 della commissione del 15 febbraio 2017 – Allegato III) fa riferimento alla cromatografia gassosa con rivelatore a ionizzazione di fiamma (GC-FID).

Prima della cromatografia: la preparazione

La determinazione dei cannabinoidi con LC o GC, comunque, è solo l’ultimo passaggio di un percorso ben più lungo, complesso e variabile, che definisce il metodo di analisi. La micronizzazione, la pesata, la determinazione dell’umidità del campione, la sonicazione del campione, la centrifuga, le diluizioni; tutti passaggi che possono incidere considerevolmente sul risultato finale.

La Pesata nell'analisi dei cannabinoidi


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